Mondadori, Milano 2005, pp. 114, € 12,00

Il libro oggetto di analisi non è recentissimo, ma merita un giusto approfondimento non foss’altro per il tema attualissimo che tratta -ovvero quello del rapporto tra cittadini e mezzi di comunicazione di massa- nell’ottica di un’analisi multidisciplinare condotta da uno dei più autorevoli filosofi ed estetologi contemporanei: Stefano Zecchi, ben noto al grande pubblico per non essersi mai sottratto, proprio in questo particolare settore di ricerca, al confronto con le platee dei talk show e con le regole ferree della comunicazione televisiva, arriva ora ad analizzare la fenomenologia di alcuni noti programmi televisivi, divenuti simbolo di questo rapporto in costante evoluzione.

Il senso del titolo e del piano della ricerca lo cogliamo tutto nella premessa che punta dritta al cuore del problema: “il materialismo ottocentesco è stato efficacemente rappresentato dalla famosa espressione "l’uomo è ciò che mangia". Con ciò si voleva semplificare quello che soltanto un perverso intellettualismo voleva complicare. Le tesi del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach non hanno avuto importanti approfondimenti sul piano filosofico, ma sono diventate un diffuso e inconsapevole patrimonio di quella società borghese e operaia che nasceva dalla grande rivoluzione industriale della metà dell’Ottocento e che legava il proprio sviluppo e la propria emancipazione alla possibilità di riempirsi la pancia con gioia e senza troppa fatica”. Uno sguardo al vecchio materialismo filosofico da assumere come punto di partenza e da utilizzare, duecento anni dopo, come una vera e propria “cartina di tornasole” per spiegare il senso di un’altra rivoluzione filosofica, questa volta non da consumare sulla tavole o nelle credenze delle famiglie occidentali, ma all’interno (rectius, dall’interno) di uno degli elettrodomestici di maggior fortuna che il cittadino del mondo sviluppato, di quelle ricche ed opulente società occidentali, abbia mai conosciuto. Il televisore, appunto.  
Stefano Zecchi, veneziano, classe 1945, allievo in Filosofia Teoretica del filosofo anconetano Enzo Paci (1911-1976) -uno dei più autorevoli rappresentanti dell’esistenzialismo italiano, fondatore della rivista “Aut-aut”-  con cui si laureò discutendo una tesi sul pensiero di Husserl, dopo un periodo di specializzazione presso l’Archivio Husserl di Lovanio ed in alcune università tedesche e di docenza a Parigi e Calcutta, ha insegnato a Verona e Padova: Ordinario di Estetica all’Università Statale di Milano vanta, come ambiti di studio e ricerca, la fenomenologia husserliana ed il suo sviluppo nel dibattito contemporaneo, la tradizione goetheana e romantica legata alle nozioni di mito, simbolo, bellezza, cultura, il rapporto arte-scienza tra Settecento e Ottocento; la riflessione contemporanea sulle questioni legate alla decadenza, al nichilismo, alla tecnica, alla globalizzazione; il rapporto tra estetica e teologia.
La sua ricca pubblicistica si basa su titoli divenuti classici della ricerca filosofica, soprattutto nel campo fenomenologico -Fenomenologia dell’esperienza (1972), Utopia e speranza nel comunismo (1974), La fenomenologia dopo Husserl nella cultura contemporanea (1978), La fenomenologia (1983), La magia dei saggi (1983), La fondazione utopica dell’arte (1984), La bellezza (1990), Verso dove (1991)- che su saggi che il grande pubblico ha conosciuto in questi ultimi anni quali -tutti editi da Mondadori- Sillabario del nuovo millennio (1993),  Il brutto e il bello (1995), L’artista armato (1998), Capire l’arte (1999), e sui i romanzi Estasi (1993), Sensualità (1995, Premio Bancarella 1996), L’incantesimo (1997), Fedeltà (2001, Premio Grinzane Hanbury), Amata per caso (2005), Il figlio giusto (2007). Nel 2005, Zecchi dà alle stampe il saggio oggetto di questa breve riflessione, in cui -partendo da quell’autorevole precedente storico- giunge a sottolineare come “la razionalità occidentale si sviluppa attraverso la sottomissione dell’immagine alla scrittura e attraverso la "democratizzazione" delle immagini, sottraendo -cioè- il loro potere d’interpretazione alla minoranza e all’élite. Mentre l’immagine fissa, ferma, può essere considerata un supporto e un ampliamento comunicativo della scrittura, l’immagine in movimento -come quella televisiva e pubblicitaria- può sostituire integralmente la scrittura”.  Ne discende, abbastanza agevolmente, che nelle pagine del saggio -soprattutto per il tema della politica, Zecchi proceda ad una fine riflessione che parte da un interrogativo che il filosofo non lancia in un ambito “metafisico”, in un “iperuranio” assolutamente disgiunto dalla nostra vita, ma entro un settore che più “fisico” non poteva essere, cioè quello della stessa vita politica che dalle “poleis” greche ad oggi è il tema dominante della nostra esperienza di cittadini: e non solo in periodi di elezioni e di campagne elettorali. “Perché un messaggio politico, quello cioè che pretende il massimo grado di persuasione e convincimento, non viene più comunicato attraverso il tradizionale comizio su una pubblica piazza, come accadeva fin dall’antichità, ma attraverso la televisione? Si risponde: perché la televisione è più efficace. Ma perché e più efficace? Questa è la questione da discutere. E una risposta si trova, appunto, nel fatto che il flusso delle immagini televisive definisce la nostra organizzazione razionale, il nostro sistema di giudizi, o -più semplicemente- è il modello di vita socialmente dominante a cui ci conformiamo”. Eccolo il nuovo “materialismo visivo” che si sostanzia nell’espressione, ormai entrata nel gergo comune, secondo cui "Noi siamo ciò che guardiamo", nel senso che la gran mole di immagini che quotidianamente ci bombarda sembrerebbe essere riuscita ad impossessarsi della nostra stessa libertà: ma non solo come  “diritto attivo”, secondo cui la gente è libera di guardare ciò che vuole, ma nel senso -ben più pericoloso per la stessa tutela delle coscienze- di una sorta di “diritto passivo” (rectius, di passività) che fa si che noi cittadini siamo quasi costretti ad accettare passivamente tutto ciò che viene propinato dal media catodico. Seguendo questo perverso modo di concepire il rapporto tra televisione e cittadino, si arriva all’allarmante conclusione secondo cui tutto diventa possibile in virtù “di quel nichilismo che giustifica tutto, che permette tutto. Ma se si riesce a mantenere aperta la relazione intellettuali-popolo-televisione, si potrà esercitare una sorveglianza culturale sulla comunicazione in grado di aiutare la gente a non essere defraudata della sua libertà di guardare”.
Anni fa, intervistando Zecchi per un quotidiano calabrese, arrivammo a trattare anche l’argomento della c.d. video-politica: ebbene, oggi quelle sue riflessioni ritornano più che mai attuali, perché il filosofo veneziano lega fortemente il successo politico proprio alla bellezza: “bellezza e successo diventano un binomio indissolubile anche per l’uomo che, in questa circostanza, adesso rincorre il modello femminile. Il divismo della bellezza maschile, che si diffonde nella società, imitando quello delle donne, raggiunge anche la sfera della politica, fino ai più alti livelli del potere, cosa questa ancora preclusa al sesso femminile. All’improvviso, infatti, ci si è resi conto che la bellezza poteva dare ad un candidato politico un vantaggio immediato e imprevisto: fu il primo dibattito televisivo tra Kennedy e Nixon a dimostrare che anche l’aspetto fisico rappresentava una considerevole opportunità per catturare il voto degli elettori; dapprima, gli esperti di comunicazione del candidato democratico temettero proprio il contrario, e cioè che l’immagine giovanile e bella di Kennedy potesse giocare a suo sfavore. Poteva infatti suggerire l’idea dell’inesperienza o, anche, della superficialità della persona. Le analisi del dibattito tra i due candidati alla Casa Bianca, mostrarono invece che ormai la bellezza aveva oltrepassato anche i tradizionali recinti della politica, inaugurando un nuovo modo di affrontare le sfide elettorali. L’immagine di Kennedy non tardò a fare scuola”.  In fin dei conti, il matrimonio tra televisione e popolo ha una cinquantina d’anni… 

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